mercoledì 1 luglio 2009

DISCO/GRAPHIC/01: Nine Inch Nails

DISCO/GRAPHIC, cui avevo accennato qui, è arrivato alla prima vera release: i protagonisti sono i Nine Inch Nails.

L'idea è di rendere graficamente la loro gigantesca discografia (27 release, numerate e nominate Halo) attraverso dei blocchi di dimensione variabile, ciascuno proporzionale alla durata in minuti della relativa canzone. Il colore, invece, è legato alla velocità in bpm: più è scuro, più la canzone è veloce (si va dai 54 bpm di 25 Ghost III ai 162 di The Big Come Down). Il tutto correlato dalla tracklist completa, il titolo dell'album, la casa discografica e la data di uscita (ho tenuto, per convenzione, la prima release statunitense come riferimento).
Non abituatevi però a questa struttura: nella mia idea, questa sarà la prima ed unica rappresentazione grafica di una discografia completa. Gli altri DISCO/GRAPHIC si muoveranno su tutt'altri orizzonti, ogni volta diversi.

Il file si scarica qui, è gratis, è un 70x100 cm ad alta risoluzione con licenza Creative Commons. Quindi potete stamparlo, diffonderlo, distribuirlo, farne ciò che volete, ma non è autorizzato nessun utilizzo commerciale. Cioè: se ci guadagnate dei soldi, siete delle merde.
Fatemi sapere se riscontrate eventuali errori o imprecisioni; e naturalmente, se avete voglia di dirmi che il progetto vi piace non sarò certo dispiaciuto.

venerdì 26 giugno 2009

Icontalking

Mike Giepert dev'essere: 1) uno con delle idee folli; 2) uno con un sacco di tempo libero; 3) un fissato Apple. Oppure, 4) tutte e tre le cose insieme. In ogni caso, un plauso all'idea di far "parlare" le icone del dock. Sul suo sito ce ne sono molte di più, disponibili anche come wallpaper in free download.

giovedì 25 giugno 2009

Il Presidente grafico

Non bastava, qualche anno fa, il gigantesco dildo verde di Italia.it (noto anche come "il cetriolone") costato centomila euro e poi dimenticato; ci ha pensato, stavolta, l'attuale Presidente del Consiglio in combutta con la neo-ministra al Turismo Michela Vittoria Brambilla.

Riassumo brevemente la faccenda.
Un paio di settimane fa, in diretta al TG4, la Brambilla mostra in anteprima un frame al telegiornale di Fede, ideato dallo stesso Presidente del Consiglio insieme ad un non precisato "battaglione di grafici" su un volo di stato per la Sardegna.
Il logo è un Magic Italy su fondo nero che sembra più un catalogo dei più brutti effetti disponibili per Photoshop. Aggiungete un po' di Bodoni che non fa mai male, il solito banalissimo color oro e la bandiera italiana (anzi ungherese: in questa prima versione, era al contrario) a mo' di Aquafresh.

La stampa fa finta di niente, ma il web insorge. L'AIAP stesso, in un comunicato, chiede al Presidente del Consiglio alcune spiegazioni, soprattutto in merito ai professionisti coinvolti nella realizzazione del logotipo, definendo la proposta Magic Italy "un accrocchio di luminescente barbarie grafica" e "un tetro campionario di effetti Photoshop". Qualcuno dice "sembra una televendita".

Pochi giorni dopo, appare sul web una seconda versione appena più sobria, senza la scritta Magic, senza fondo nero ed effetti Photoshop, ma sempre con la bandiera ungherese effetto Aquafresh. La Brambilla smentisce il logo visto al TG4: non era ancora definitivo, era solo una bozza messa in coda ai filmati destinati all'estero; nel frattempo, dice, si lavora al nuovo portale Internet per il Turismo che soppianterà il criticatissimo Italia.it del governo Prodi.

Facebook intanto insorge, e nascono gruppi tipo "Magic Italy Go Home" e "Kill Magic Italy", mentre la stampa ufficiale fa finta di niente come al solito. La Brambilla conferma che lo slogan sarà davvero "Magic Italy", a suo dire "uno slogan efficacissimo".

L'AIAP commenta nuovamente: "Questo accrocchio di luminescente barbarie grafica, a ben guardare, non ha né struttura, né status, ne dignità di marchio: ci sembra scarsamente applicabile in qualsiasi contesto, non ha un retroterra né simbolico né narrativo. Non dice nulla, non racconta nulla, non significa nulla. In Italia parla una lingua che non è l’italiano".

Aggiungo che pensare ad un Presidente del Consiglio che, oltre a tutto il resto, sa persino abbozzare loghi è l'archetipo assoluto di ciò che odio di più: la supponenza che il nostro mestiere sia una cazzata. L'idea che basti disegnar bene o saper togliere un neo dalla pelle con Photoshop per fare comunicazione. L'idea generale che a un logo basti essere bello (anzi, di più, bello "per me") e non funzionale, narrativo, valoriale. L'idea che chi fa comunicazione siano poveracci non specializzati, con professionalità superflue e approssimative, che abbozzano idee con appena un po' di buon gusto, che sanno usare il computer, che scopiazzano, che inventano, che se la raccontano tra loro, che ungono con cura le loro idee per venderle al mondo intero.

Il capitolo finale è una dichiarazione di ieri del Presidente del Consiglio durante l'assemblea nazionale di ConfArtigianato: "Stanotte ho varato il marchio 'Magic Italy' per rilanciare il turismo in Italia". Il marchio definitivo che rappresenterà l'Italia nel mondo è questo:
La Brambilla legge tutta felice da un foglietto: "Per la sua ideazione ci siamo orientati su due concetti forti: l'eccellenza del Made in Italy, arte, moda e design, e l'essenza del Made in Italy, natura, sapori, bellezza». Quindi, ha spiegato il ministro del Turismo, «abbiamo scelto ordine e rigore, unito però alla leggerezza e alla musicalità del nostro paese, a quella morbidezza e sinuosità che rendono duplice e di difficile sintesi ma anche unico il nostro stile di vita». All'estero, lo slogan resta invece "Magic Italy".

Ad oggi, Berlusconi non ha ancora risposto alla richiesta ufficiale dell'AIAP per conoscere nomi e referenze dei professionisti coinvolti nella realizzazione di questo logo. Unica, amara, soddisfazione: almeno la bandiera ungherese è stata opportunamente girata in quella italiana.

mercoledì 24 giugno 2009

DISCO/GRAPHIC, vediamo che succede...

La mia idea è di costruire sistemi infografici, di volta in volta diversi, per rappresentare visivamente alcuni aspetti legati alla musica: la discografia di un artista, la costruzione della forma-canzone, le forme d'onda, le ridondanze di accordi e intermezzi. Ispirato anche dai lavori di Daniel Becker e dalle mappe visuali di cui avevo già parlato, ho chiamato questo progetto, manco a dirlo, DISCO/GRAPHIC.

Il primo esperimento sarà dedicato ai Nine Inch Nails -perchè mi piacciono e perchè sono sempre particolarmente attenti all'artwork dei loro lavori. Per chi mi ha seguito un po' su Twitter e si domanda cosa c'entra Halo con quello che ho in mente, Halo è il nome che Trent Reznor dà ad ogni pubblicazione discografica con i NIN. Halo 1 è il primo album, Halo 2 il secondo e così via, inclusi anche singoli, remix, live e raccolte speciali.

Cosa ne verrà fuori? Non manca molto, a breve DISCO/GRAPHIC/01 sarà pronto: preparerò un poster 70x100 cm da scaricare gratuitamente ad alta risoluzione e stampare, se vi farà piacere.

martedì 23 giugno 2009

Ipse Dixit: Jacques Séguéla

Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario: lei mi crede pianista in un bordello.
(Jacques Séguéla, titolo del suo libro, 1979)

giovedì 18 giugno 2009

Manuale per far impazzire un grafico

Di qua e di per la rete ho trovato questo (tristemente) comico manuale per far impazzire un grafico: mi sono permesso una piccola revisione, che pubblico mentre sto ancora ridendo amaramente della cosa. Non so voi, ma a me sono capitate (quasi) tutte: fortunatamente, mai dallo stesso cliente. Perchè non credo ci sia accesso internet negli ospedali psichiatrici.

Microsoft Office è un software di grafica.
Se dovete inviare ad un grafico un qualunque documento, assicuratevi che sia fatto con un'applicazione del pacchetto Microsoft Office. Se dovete consegnare delle immagini, non inviate direttamente i jpeg: incorporateli in un file Word o Power Point. Non dimenticatevi di abbassare la risoluzione delle immagini a 72 dpi, e alle prime lamentele del grafico usate la formula "Ma io a video la vedo benissimo".

Intasate la posta.
Se dovete inviare via mail delle immagini, dimenticatevi di allegarle almeno un paio di volte, e non correggete l'errore finchè non sarà il grafico, disperato, a farvelo notare. Se vi chiedesse immagini ad alta risoluzione, allegate l'intera cartella di file RAW, senza comprimerle.

Brutti caratteri.
Se il grafico, bontà sua, vi chiede un'opinione su un font, dite che preferite l'Helvetica. Se piace anche lui, scegliete Arial. Se è d'accordo, aspettate qualche giorno e poi dategli il colpo di grazia scegliendo il Comic Sans. Con il passare dei giorni, chiedete di inserire sempre più font: meglio se un progetto ne conta 4 o 5 diverse tra loro.

Troppo bianco.
I grafici tendono a lasciare troppo bianco sui fogli, con la scusa del "respiro", della "pulizia" e dei "contrografismi". Non dategli ascolto. La vera ragione per cui lo fanno è rendere il documento più grande, facendo aumentare il numero di pagine e il conseguente costo per voi. Usate quindi ripetutamente la ben nota formula: "Non si può riempire tutto quello spazio bianco lì?".

Logo vecchio...
Se avete già un vostro logo, assicuratevi di inviarlo al grafico in formato gif o jpeg e a bassissima risoluzione, meglio ancora se copiato-e-incollato direttamente da internet e se il logo è su uno sfondo non omogeneo (troppo facile se è tutto a fondo bianco), così il grafico dovrà impazzire per scontornarlo. Una volta che il grafico avrà perso le ore a sistemare alla meglio un logo piccolissimo, abbiate cura di chiederglielo molto più grande di così.
Il tocco di classe è consegnare al grafico un oggetto con già stampato il vostro logo: possibilmente, su una superficie curva o particolare (penne, tazze, mousepad, magliette), il più piccolo possibile, con finiture che ne rendano impossibile la scansione (lamine dorate o vernici) o, meglio ancora, preso da un fax di cinque anni prima che avrete appositamente conservato.

...e logo nuovo.
Se invece avete bisogno di creare un logo da zero, avrete campo libero per far impazzire il grafico alla grande. Fate fare uno schizzo della vostra idea a vostro nipote di 5 anni, magari sulla carta igienica o su un tovagliolo da cucina. Non impiegateci più di cinque minuti: meno il grafico capisce, più spazio avrete per richiedere centinaia di modifiche successive. Non accettate mai la prima proposta del grafico. Nemmeno la nona, se è per questo. Chiedetegli di volta in volta di cambiare colori, font e clipart, di inserire una foto nel logo, bordi in rilievo, luminescenze, sfumature, Comic Sans. E quando sarà alla decima proposta, ditegli che la vostra preferita è la seconda che vi ha mostrato.
Vocabolario impossibile.
Quando gli descrivete ciò che volete in un progetto, usate termini che non significhino niente. Inventateli, se necessario: "Lo vorrei più frizzante", "Si può vedere una versione meno sbriluccicosa?", "Mi fai una grafica più tipo che la guardi e dici che figata?". Se volete esagerare, sostituite i possibili aggettivi con espressioni del viso e della voce tipo "Mmmmm": "Me lo immagino più mmmmmmh e meno mmmmmmh". Nel descrivere le proposte del grafico, non dimenticate di usare termini chiave come: banale, già visto, troppo vecchio, troppo moderno.

Parole, parole, parole.
Se il grafico vi chiede testi per un catalogo o una brochure, mandateglieli a piccoli pezzi in molte mail diverse a distanza di giorni. Se dovete modificare anche solo poche parole, ricordatevi di inviare l'intero testo senza specificare quali sono le modifiche. Non lesinate in errori grammaticali, doppi spazi, è con l'apostrofo. Mandate i testi incompleti, chiedendo al grafico di completarli "che tanto poi li vediamo dopo assieme".

Scegliere l'immagine.
Come per la grafica, anche le immagini devono essere "belle", "frizzanti", "d'impatto", "non banali". Se il grafico vi propone di acquistarle da siti professionali o di organizzare un set fotografico, sappiate che vuole solo spillarvi più soldi. Resistete, e chiedete che si scarichi le foto da Internet senza pagare una lira. Quando dovete scegliere le foto proposte, giocatevi la carta del fotoritocco: "Mi piace questa, ma la tipa bionda la vorrei mora" oppure "Questa foto è perfetta, se solo la cravatta del tipo fosse a righe invece che a pois!". Non dimenticate di aggiungere: "Tanto con il computer ci vuole un attimo". Quando il grafico sarà stremato ma finalmente soddisfatto per la decisione presa, proponete pacificamente: "Ma se usassimo delle clipart?".

Deadline, dead man.
Quando si avvicina la scadenza del progetto, ricordate di mettergli pressione: telefonate, mandate mail, ritelefonate per essere sicuri che abbia letto la mail. Quando vi manderà la bozza finale per l'approvazione, invece, prendetevi molto più tempo di quanto serva, senza cedere alle insistenze del grafico. Aspettate di fornirgli le ultime modifiche chiave a poche ore dalla scadenza, assicurandovi che debba lavorare anche di notte per rispettarla.

Il colpo di grazia.
A questo punto, il vostro grafico sarà cotto a puntino: se tutto è andato secondo i piani, dovrebbe essere arrivato alla fase dell'assoluta sottomissione. Conscio di non potervi convincere su nulla, si limiterà ad eseguire i vostri ordini pedissequamente. Assicuratevi che sia così e, quando siete pronti a prendere la decisione finale per la stampa, fategli notare che siete rimasti delusi dalla sua mancanza d'iniziativa. Che, dopotutto, avete fatto tutto voi. Che vi sareste aspettati più consigli, più proposte, più talento. Che, per quel poco che ci ha messo, il progetto lo poteva fare vostro nipote di sedici anni con Paint e Publisher. Che, soprattutto, non avete intenzione di pagargli quel poco lavoro fatto finora.

È fatta: il grafico, stremato, cadrà ai vostri piedi e verrà ricoverato nel più vicino ospedale psichiatrico.

martedì 16 giugno 2009

Questione di carattere

L'atto di scegliere un font per un progetto è diffusissimo e quasi quotidiano; e tuttavia, non esiste una scienza esatta in proposito, non esistono dogmi e regole assolute, non esistono schemi di applicazione generali. La quantità e disponibilità di caratteri è enorme: se guardo nella mia libreria personale, arrivo a 8732 - ma ho ancora due cartelle zippate con 2000 font l’una da controllare. Orientarsi nel mondo del typo (in particolare parlo di stampa più che di web, dove la scelta è, per certi versi, facilitata) è dunque un vero mestieraccio.

Si tende a credere che la scelta di un font condizioni quasi esclusivamente il lettering di un logo, un head o un titolo; e che per bodycopy e testi descrittivi la scelta sia tutto sommato più facile: basta che sia leggibile, punto.

Ma i veri professionisti sono coloro che hanno raggiunto, a mio parere, una monolitica consapevolezza in merito: il font, se pure da una parte è mero veicolo di un contenuto, dall'altra è vero e proprio segno grafico portatore di valori e significati, e come tale va considerato, anche nel caso del bodycopy. Non più elemento subordinato, quindi, ma contestuale all'intero progetto, direttamente collegato alle scelte grafiche, cromatiche e fotografiche, al concept del lavoro, alle esigenze di comunicazione espresse nel brief.

Non ha senso perdersi in inutili disquisizioni sulla maggiore leggibilità del Verdana rispetto al Times, o della maggior classe del Garamond sull'Arial. L'asse di questa scelta va inequivocabilmente spostato e sovrapposto a quello concernente le scelte grafiche nella totalità del progetto.

Diventa quindi fondamentale, come per tutto il resto, tenere presente alcune considerazioni:
- il concept generale e, di riflesso, il registro di comunicazione più adatto al cliente: classico? moderno? d'impatto? elegante?
- il senso del testo e il tono in cui ne parla: confidenziale? tecnico? interrogativo? assertivo?
- il target finale: chi sarà il lettore del testo? un bambino di quinta elementare? un avvocato? un designer?
- il supporto di stampa: carta (e quale tipo: non tutte le carte reggono bene font piccoli e sottili, ad esempio)? web? grande formato?

Chi sceglie un font ha dunque, in definitiva, una tripla responsabilità.

La prima è nei confronti del lettore: non è corretto rendergli la lettura complicata, difficile, faticosa. Leggere un testo deve rivelarsi un'esperienza piacevole, non certo un esercizio di interpretazione.
La seconda responsabilità e nei confronti del contenuto: il testo va onorato come cuore della comunicazione. Il contenuto e il messaggio che veicola devono necessariamente venire prima del contenitore. Un buon font non migliorerà un pessimo testo; ma un cattivo font può davvero rendere sbagliata la lettura di un buon testo.
La terza responsabilità, infine, è nei confronti del font stesso che stiamo usando: i buoni font sono progettati con uno scopo che, quando possibile, va onorato. Non tutti i font sono creati per essere distorti, compressi, tirati, capovolti, rovinati: ci sono equilibri profondi tra le varie parti che vanno rispettati.


EDIT: grazie ad Anonimo (e a mia moglie che ha gironzolato in rete) scopro che font non deriva, come credevo, dall'inglese; bensì dal termine francese fonte, ovvero "fuso", in riferimento alle matrici in metallo fuso usate nell'antica tecnica di stampa.
Tuttavia, in merito al genere maschile o femminile del termine (se è più giusto, quindi, dire "il font" o "la font") discusso nei commenti, non mi muovo dalla mia posizione. Font deriva sì dal francese (dove è di genere femminile, fonte), ma è di fatto un termine inglese di genere neutro. In francese, infatti, si usa caractère oppure lo stesso fonte. In quanto di genere neutro, quindi, si applicano perfettamente tutte le considerazioni dei commenti ed è più corretto l'uso del maschile.

lunedì 15 giugno 2009

Fuori il vecchio, dentro il nuovo

No, non è cambiato il governo a vostra insaputa. E io non ho cambiato mestiere. Solo, ho fatto l'ennesimo (e ultimo, per ora) restyling del blog. Più in linea con Onice Design - o almeno, con quello che sarà una volta completato.
E in più, visto che lo si ripete un po' dappertutto, mi butto a pesce sia in Facebook che in Twitter. Se vi va, seguitemi anche là.

E sì, il coglione sulla testata sono io. Ma, si sappia, è raro vedermi incravattato in quella maniera.

venerdì 12 giugno 2009

Stocastico!

Si può rappresentare graficamente il caos?
Daniel Becker ha risposto a questa domanda con il progetto Random-Walk, attraverso il quale cerca di indagare le relazioni tra ordine e caso in alcuni aspetti delle leggi matematiche e fisiche utilizzando la grafica. Applicando quindi in modo rigoroso forme, colori e geometrie (strumenti ordinati e sottoposti a codificate regole di utilizzo) alle leggi matematiche più caotiche: il tempo di dimezzamento, la Legge dei Grandi Numeri, la Legge di Benford, la sequenza dei numeri primi. E facendo interessantissime scoperte in merito.

Emblematica è la visualizzazione dell'evolvere delle cifre decimali del pi greco.
Il pi greco, ricorderete, è una costante matematica importantissima che si configura come numero trascendente (nessuna operazione può darlo per risultato) e irrazionale (non può essere espresso tramite frazione, quindi le sue cifre decimali proseguono senza ripetersi all'infinito). Lo ricordiamo comodamente come 3,14 ma se proseguiamo l'indagine nei decimali l'amico pi assomiglia a questa sequenza: 3,1415926535897932384626433832795 eccetera. All'infinito.


Becker ha assegnato ad ogni cifra tra 0 e 10 una direzione (0-360 gradi). Per ogni cifra, il tratto nero prosegue di una lunghezza prestabilita nella direzione indicata. La fine del tratto corrisponde con l'inizio del tratto nella direzione successiva. Il risultato è un vero e proprio percorso, che si muove lungo il foglio secondo le cifre decimali (infinite) del pi greco. Le aree colorate sottostanti, invece, rappresentano la distribuzione delle cifre decimali in step di 10.000 unità per volta.

Beh: sarò anche un geek, ma io un poster così, in camera, me lo appenderei.

martedì 9 giugno 2009

I tardivi digitali e Facebook

Leggo sempre con ingordigia Wired, in edicola dallo scorso gennaio. Consiglio a tutti di comprare almeno un numero e dargli un'occhiata: al di là dei contenuti (che io ritengo di altissimo interesse: digital life, tecnologia, personaggi, idee, novità dal mondo, futuro, ecologia), è realizzata benissimo e stampata di gran classe, non disdegnando nemmeno nobilitazioni che la carta stampata, di solito, lascia da parte.
Sull'ultimo numero del mensile viene pubblicato un interessantissimo rapporto di IRPPS-CNR sullo stato della cultura dell'innovazione in Italia: ne discuterò nei prossimi giorni, ma se qualcuno vuole buttarsi avanti si può scaricare qui in formato pdf.

A cappello del rapporto, c'è un lucidissimo intervento di Luca Sofri. Ora, io e Luca Sofri non è che si vada sempre d'accordo: condivido saltuariamente ciò che dice, apprezzo appena di più come lo dice. Ma stavolta ha scritto un pezzo davvero analitico della situazione italiana in merito a Internet e, in particolar modo, al fenomeno Facebook. L'articolo completo lo trovate qui. Mi permetto di pubblicare alcuni passaggi salienti.


Il mondo salvato dai nativi digitali di Luca Sofri.

Le persone non più giovani che si accingono a voler capire com’è il mondo delle generazioni native [di Internet] devono innanzitutto liberarsi della solida sensazione di essere i protagonisti del nostro mondo e del nostro tempo: inutile illudersi, non lo sono più. E devono liberarsi dall’inclinazione “entomologica” nei confronti dei fenomeni che riguardano i loro figli (o nipoti): noi non siamo scienziati che studiano gli insetti, siamo insetti che studiano gli scienziati, per quanto insetti curiosi e colti, colti di un’altra vecchia cultura. E non ci è facile pensare agli adolescenti e ai ventenni come al mondo che è già: lo consideriamo il mondo che sarà, appena ci toglieremo di torno noialtri. Ma il mondo ci ha già tolto di torno.

Noialtri non nativi apparteniamo a due distinte categorie (trascuro quelli che con internet non hanno ancora avuto mai a che fare, vuoi per sfortuna geografica e sociale, vuoi per età, vuoi per rarissima ostinazione). Ci sono da una parte quelli che vengono chiamati “coloni”, o “immigrati”, o “ibridi”. È una categoria umana ridotta, per ragioni anagrafiche, ma centrale nella costruzione della conoscenza, della cultura e delle elaborazioni relative alla rete: perché ne ha seguito nascita e crescita avendo già gli strumenti per capirla e discuterla, e il metro per tenerla in relazione con il mondo “di prima”. Ne sono stati protagonisti negli scorsi anni, ma ormai la loro presenza si sta ridimensionando mentre avanzano e si allargano i nativi.

Ma c’è un’altra avanzata che ha riversato in rete una popolazione nuova in questi ultimissimi tempi. La chiamerei quella dei tardivi di internet. Sono coloro che hanno cominciato a occupare e a occuparsi di internet solo da poco, di fatto, e soprattutto grazie alla nuova accessibilità e familiarità di alcuni suoi luoghi e prodotti. 

Per anni una piccola comunità di esploratori ha provato, spesso riuscendoci, a inventarsi cose nuove che si potessero fare con la rete, e ha costruito un mondo, anche se era un mondo frequentato da pochi. Altri provavano a trapiantare in rete attività e servizi più tradizionali, ma i clienti più tradizionali non erano ancora arrivati. I lettori dei giornali leggevano ancora i giornali, non i giornali online. Poi però hanno cominciato ad arrivare, ad avvicinarsi, ad affacciarsi guardinghi.

E a un certo punto hanno trovato Facebook. E sono entrati. 
Una consolante rivelazione, per i tardivi digitali. È un luogo della rete del tutto familiare, quasi da film di Pupi Avati: ci si scambiano le fotografie, si ritrovano i vecchi compagni di scuola (si fa molto altro, ma su questi due servizi si è basato il grosso della comunicazione propria del social network). Chi accede alla rete da Facebook non ha bisogno di conoscere i meccanismi con cui la rete funziona o di essere appassionato dell’informazione e delle cose del mondo. Ci trova quelle cose che lo interessano e che conosce. Internet si “normalizza”. Viene ricolonizzata dal mondo di prima. I suoi nuovi abitanti, meno coraggiosi e attrezzati, vi ricostruiscono i modelli familiari. Il successo di Facebook è un successo di funzioni semplici e tradizionali: relazioni con vecchi compagni di scuola, album di ricordi, piccole conversazioni, campagne per i cani abbandonati, promozioni editoriali. 

L’espansione di Facebook dentro la rete è stata molto dibattuta in questi mesi: Facebook si allarga e i suoi meccanismi semplificati sottraggono spazio ai servizi e ai siti più ricchi e promettenti.

E molte persone che per la prima volta accedono a Facebook attratte da questa semplificazione sono vittime di una sbornia adolescenziale. Si apre loro un mondo, e lo capiscono. Accumulano amici, reinventano le proprie relazioni e il loro tempo libero, scambiano Facebook per l’universo, e la grande rivoluzione tecnologica di questi decenni gli è improvvisamente chiara nella sua generosità: era Facebook. Questa sopravvalutazione ha un limite, come dicevo: impedire che questo primo e facile accesso alla rete preluda a nuove scoperte e nuove opportunità. Per alcuni di loro, questa ritardata emozionante scoperta si traduce rapidamente in elaborazioni, considerazioni, idee, e persino progetti imprenditoriali in ritardo di anni su quanto la rete ha già discusso e analizzato e creato prima. Ma questo potrebbe non significare niente, perché ormai una cospicua parte degli interlocutori o degli utenti di queste idee è a sua volta tardiva, soprattutto in Italia. E così come la televisione italiana non può che produrre contenuti anacronistici e arretrati dipendenti dal suo tipo di pubblico, anche la rete potrebbe rischiare di essere trascinata indietro da ragioni di mercato nuove. Miss Italia su internet potrebbe diventare un grande successo nel 2011. Magari persino il Festival di Sanremo, o l’edizione online di Micromega.  

Oppure no. Oppure ci salveranno i nativi. Anzi salveranno se stessi. La rete è l’ultimo luogo che ci rimane per tenere le redini del futuro, in un paese così per vecchi da essere diventato un cliché. Ed è un luogo in cui molti si rammaricano non si trovino dei modelli di business adeguati a sfruttare iniziative anche di grande successo di visite e utenti. E proprio questo potrebbe essere un’opportunità per scongiurarle il melmoso destino in cui si dimena il resto del paese. L’Italia salvata dai nativi digitali.

venerdì 5 giugno 2009

Un Natal tutto nuovo


Mi duole un po' parlar bene di Microsoft, ma stavolta se lo meritano proprio.
XBox vende moltissimo e, di fatto, è una console con i controfiocchi per grafica e giocabilità: a cui però manca da sempre la componente ludico-popolare della Nintendo Wii, la cui arma vincente è stata, inutile dirlo, la rivisitazione del concetto stesso di controller attraverso il Wii Remote. L'accelerometro e il sensore di posizionamento della console Nintendo riescono a compensare egregiamente la scarsa qualità grafica e la minor presenza di titoli davvero interessanti.

Ma, forse, siamo arrivati ad una svolta epocale nel mondo delle periferiche di controllo, pari forse solo alla nascita del mouse e del touch-screen. Lo scorso 2 giugno, Microsoft ha presentato Project Natal: un progetto molto ambizioso, che riconosce non solo i movimenti in tempo reale (anche in termini di profondità, oltre che destra-sinistra-alto-basso), ma anche voce, volti e gesti. Il sistema integra una camera RGB, un sensore di profondità, un microfono multi-array e un processore in grado di rispondere ai comandi gestuali e vocali come ai cambi di direzione, senza l'ausilio di alcun controller. Guardate il video in testa al post: spiega più di mille parole.

Lo slogan del progetto parla chiaro: The only experience you need is life experience, a garanzia di una curva di apprendimento brevissimo anche per un neofita. Con Natal si potrà respingere una palla semplicemente calciandola, sollevare oggetti allungando le mani, rispondere alle domande di un quiz, chiamare a voce uno schema in una partita di basket, guidare e cambiare le marce semplicemente mimando i gesti di fronte allo schermo. Aggiungete la possibilità delle videotelefonate, il videoriconoscimento facciale, la personalizzazione automatica degli avatar in base al proprio aspetto reale e dimenticate l'idea stessa di una periferica da dover tenere in mano: avrete un'idea delle enormi potenzialità di Natal.

Lo stesso Steven Spielberg, presente nel pubblico, si è dimostrato entusiasta del progetto, che potrebbe portare enormi novità - e non solo nel settore videoludico. Trovate qui il video full screen, e qui altre informazioni.

giovedì 4 giugno 2009

C'è chi ha perso la testa

Un genio si aggira per Londra: nome in codice, The Decapitator.
Prende di mira manifesti e poster pubblicitari, tagliando alcune teste e sostituendole con ossa e carne condite da abbondanti effetti splatter. Tutte le sue azioni sono documentate nella sua pagina Flickr.

Al di là dell'esecuzione perfetta e della genialità dell'operazione, gli interventi guerrilla-style di The Decapitator possono essere letti in un'ottica diversa, spiccatamente 2.0: è l'utente che manovra, modifica e aggiunge nuovi contenuti a quelli della pubblicità convenzionale, trasformandola di fatto in qualcosa di nuovo. La testa, e non le mani o le gambe, perchè è quello il centro vero di molta comunicazione: volti ammiccanti, curati e truccati ai limiti di Photoshop, carichi di contenuti non-verbali.

La decapitazione (che, a giudicare dalle quantità di sangue, è più simile ad una esplosione del cervello nella migliore tradizione della Scuola di Hokuto) aiuta a rileggere i miti della carta stampata in un'ottica più umana, sanguinolenta ma fatta dopo tutto di carne e ossa, riportando forse la comunicazione fredda e patinata su un piano più vicino a quello dell'utente finale. E poi dai, è divertente da morire.

martedì 26 maggio 2009

La voce dell'innocenza


Grazie a Zarathustra.

venerdì 22 maggio 2009

The Geek Pride Day 2009

Prequel: ma da quand'è che ho smesso di parlare di grafica? Tranquilli. Non ho smesso. Ma credo sia conseguente alla quantità di lavoro che ho. Più lavoro ho, più mi vien voglia di parlare di cazzate sul blog. Abbiate solo un po' di pazienza.

Lunedì 25 Maggio, mi raccomando, indossate tutti i vostri occhiali rattoppati con lo scotch e la peggiore camicia che trovate nel guardaroba: si festeggia il Geek Pride Day. Se non sapete cosa sono un geek o un nerd, cambiate blog. Per sempre.
La data scelta, manco a dirlo, è l'anniversario della premiere di Star Wars (era il 1977). La prima edizione del Geek Pride Day risale al 2006 in Spagna, ed è stata festeggiata in grande stile con un gigantesco Pacman umano che ha coinvolto oltre 300 nerd. Sul sito (non)ufficiale della manifestazione 2006 si trovano video e foto.

Quest'anno la location ufficiale è il Canada, dove a guidare le danze saranno il Museo della Scienza e della Tecnica canadese e, ovviamente, il locale Chess Club.

Mi permetto di tradurre il Manifesto del Nerd (che stamperò in formato 70x100 e appenderò in camera), che contiene le responsabilità del nerd ed è stato redatto in occasione del Geek Pride Day 2006.
1. Sii un nerd, il resto non conta.
2. Prova ad essere sempre il più nerd di tutti.
3. Se c'è una discussione su qualcosa di nerd, devi dare la tua opinione.
4. Conserva tutte le cose più nerd che hai.
5. Fai tutto il possibile per mostrare la tua nerdiness.
6. Non essere un nerd qualunque. Specializzati.
7. Sii sempre presente alla prima di un film nerd, e compra i libri nerd appena escono.
8. Vai alle prime dei film nerd in costume o alla peggio con una t-shirt a tema.
9. Non sprecare il tuo tempo in ciò che non è nerd.
10. Sii amico di chiunque assomigli in qualche modo a personaggi dei fumetti o della fantascienza.
11. Prova sempre a conquistare il mondo.

Tra parentesi: il tatuaggio in foto è geniale, altro che Hayden Panettiere!

martedì 19 maggio 2009

Le Chuck's has left the building

Chi ha qualche anno ed è appassionato di videogaming (Cyberluke, so che sei con me per questo post), non potrà mai dimenticare il periodo d'oro delle cosiddette graphic adventure, quando a fare videogame erano solo Sierra e Lucasfilm, alla Blizzard stavano ancora costruendo l'ufficio e Electronic Arts faceva esclusivamente giochi di sport e automobili. Erano gli splendidi anni di Monkey Island, di Maniac Mansion, di Indiana Jones (ricordate il mitico The Fate Of Atlantis, di cui si paventava l'uscita di un film post-videogioco?), di Leisure Suit Larry, di King's Quest. Anni in cui gli harddisk avevano una manciata di megabyte ma sembravano giganteschi, anni in cui avere un monitor VGA era da fighi.

Lo sceneggiatore Richard Lovejoy, nostalgico di quel periodo, ha avuto una idea geniale: una commedia teatrale semplice ma avventurosa, con scenografie a pochi colori che ricordino i fondali EGA e CGA. La trama è ai confini dell'idiozia: un eroe senza nome deve combattere una setta malvagia per conquistare una giovane donzella. Una scena dello spettacolo è emblematica: il protagonista di perde nel cimitero. La via d'uscita, manco a dirlo, si trova combinando in modo assurdo e improbabile gli oggetti del proprio inventario. Mi ha commosso, sul cartellone dello spettacolo, rivedere il vecchio prompt di DOS e la scritta "640k required". Altri tempi.

Sono questi gli ingredienti dello spettacolo Adventure Quest, in programmazione al Brick Theater di Broadway (sob) dal 2 giugno al 25 luglio. La commedia fa parte del Gameplay Showcase, felice parentesi che conterà altri due titoli ispirati al mondo dei videogiochi, all'interno dell'Antidepressant Festival di New York.

Per saperne di più c'è il sito dell'Antidepressant, una lunga intervista ai protagonisti e, non contenti, un gioco online per versare qualche lacrima di nostalgia.