venerdì 22 luglio 2011

Buon compleanno, Marshall

Cento anni fa nasceva Marshall McLuhan (a dire il vero era ieri, ma non me n'ero accorto :D). Letterato, profeta, sociologo, il canadese McLuhan fornì una straordinaria visione ai limiti della preveggenza sui nuovi media. Fu il primo a spostare l'attenzione dai contenuti dei media al media stesso: è la stessa organizzazione strutturale dei media a incidere e modificare la nostra forma mentis, indipendentemente dal particolare contenuto che il medium sta veicolando. Fu lui a parlare di villaggio globale quando non esistevano ancora Facebook, Twitter e Google+, eppure scriveva: “Più sanno di te, meno esisti”

The Guardian ha pubblicato ieri un breve ma interessante articolo di Douglas Coupland, che traduco e riposto volentieri. Il giornalista mi sembra un po' catastrofico nell'evidenziare i pericoli del web sulla nostra psiche. Il sottotesto, temo, anziché dirci "Il web ha ampliato i nostri orizzonti di informazione, socialità, scrittura, cultura, società" dice in realtà "Preferivo i bei vecchi tempi in campagna con i miei nonni". Ciononostante, valutate voi in prima persona.


PERCHÈ LA STRAORDINARIA VISIONE DI MCLUHAN
È IMPORTANTE ANCORA OGGI

Negli anni, mi è sempre piaciuto chiedere ai conoscenti abbastanza vecchi da ricordarselo quali svolte tecnologiche hanno cambiato maggiormente la società: fino al 2006, la maggiorparte mi ha sempre risposto "la televisione". Ma dal 2006 in poi – datemi del pazzo, ma secondo me ha a che fare con Google – la risposta è stata "Internet", con tutte le sue conseguenze: YouTube, gli smartphone, Facebook, le applicazioni… e tutte le diavolerie sulle quali investiamo il tempo che prima dedicavamo ai libri, i giornali, i sogni ad occhi aperti e, ironicamente, la televisione. È dura immaginare un tempo in cui la nostra routine giornaliera non è sconvolta quotidianamente da una qualche invenzione tecnologica di massa prodotta da qualche geek californiano. Ci meritiamo davvero una pacca sulla spalla, per essere riusciti a tenere duro in un universo di media in costante nascita ed evoluzione.

Tornando agli albori della televisione: alcuni pensavano che fosse un ottimo modo per avere uno spettacolo di burattini casalingo; altri davano di matto, pensando ad Orwell, convinti che ogni contenuto prodotto dalla TV, essendo elettronico, potesse bypassare in qualche modo il nostro pensiero critico, costringendoci a credere ad ogni cosa. Le riviste mostravano vignette di famiglie che guardavano la TV, con didascalie tipo "La famiglia moderna: nessuno interagisce o comunica più" (oggi, invece, la didascalia della stessa vignetta potrebbe essere "Ci mancano i bei vecchi tempi, quando le famiglie stavano insieme davanti alla TV!").

Ed è qui che Mashall McLuhan è entrato nell'immaginario collettivo, diventando una star dei media: e non importa che l'abbia fatto come un guru o come un nemico, come sostenitore del fiorire della cultura, o come araldo della sua morte. McLuhan era un arrogante professore di Letteratura Inglese, cinquantenne. Grazie ad una perfetta alchimia tra conoscenze storiche e letterarie, personalità prorompente e una serie di comportamenti che oggi non esiteremmo a definire ai confini dell'autismo, McLuhan balzò subito agli occhi di tutti. Affermò che il punto chiave della tecnologia – come ad esempio la TV – non stava nei contenuti degli spettacoli che stavi guardando: piuttosto, il cuore della faccenda era il semplice fatto che tu stessi guardando la TV. L'atto di analizzare i contenuti della televisione, come di qualunque altro media, è un inutile sentimentalismo. I media cambiano le persone con il solo fatto di esserci: e ci riescono ad un livello profondo, perché ti forzano ad utilizzare alcune parti del cervello rispetto ad altre.

Ad un uomo del 2011 questa affermazione suona sensata. L'ora che spendi su Facebook è investita a spese di altre modalità di utilizzo del cervello, come guardare la TV o leggere un libro: anche se, a dir la verità, oggi le attività sul web stanno rimpiazzando quelle offline con tale velocità che presto dimenticheremo persino di aver avuto, un tempo, una cervello pre-elettronica. E, ammettiamolo, Google non ci rende stupidi: ci rende più facile capire che l'onniscienza è semplicemente un po' noiosa.

Ad essere onesti, McLuhan ha detto molto più di "il medium è il messaggio": ma questo rimane un leggendario riassunto del suo pensiero. McLuhan ci ha avvertiti che stavano per arrivare nuovi media, ed era agli effetti di questi nuovi media sul nostro cervello che si riferiva con il suo messaggio oscuro. Ecco cosa ha scritto nel 1962, e ditemi se non vi viene un brivido a leggerlo: "Il prossimo medium, quale che sia – potrebbe essere l'estensione della nostra coscienza – includerà la televisione come contenuto, non come ambiente. Un computer come strumento di ricerca e comunicazione potrebbe potenziare il recupero delle informazione, rendere obsoleta la vecchia organizzazione bibliotecaria, recuperare la funzione degli individui e spararla a velocità impressionante da una dimensione privata fino ad un universo di dati su misura e vendibili". Brrrr.
"Il medium è il messaggio" sembra ormai un cliché datato, ma negli ultimi anni è tornato alla ribalta come affermazione. Nel suo modo poetico ed ellittico, McLuhan immaginò un mondo liquido di testo, mail, YouTube, Google, smartphone e reality televisivi.

La maggior parte dei contenuti di questi media, in realtà, è pura spazzatura. Ma a stupirci è l'inevitabile messaggio che questi media ci dicono: qual'è l'incidenza di queste tecnologie sui nostri cervelli? Il tempo sembra scorrere più veloce di una volta. Non ricordiamo più i numeri. Certe forme di racconto non ci toccano più come un tempo. E che succede alla democrazia? Come accadde per la TV negli anni '50, non fatevi illudere dai contenuti di testo, dai blog o dallo shopping online. Guardate cosa stanno facendo questi media alle nostre anime.

3 commenti:

DaZa ha detto...

Mah... devo essere sincero, di fronte a certi ragionamenti ho sempre avuto la sensazione che ci sia la voglia di spostare il problema al di fuori di noi stessi: il medium e il suo contenuto e la tecnologia bla, bla, bla...

Sicuramente sono importanti le riflessioni e gli studi come quello di Marshall McLuhan, un po' meno i pessimismi di certi articoli.

Se una tecnologia o un medium non entra in sintonia con qualcosa che già c'è in noi diventa velocemente un tecnosauro (eh! eh!) Non dimentichiamo che alla fine riflettono noi stessi.

Insomma sì in rete c'è soprattutto spazzatura, ma purtroppo solo perché tristemente la maggior parte di noi, consuma, pensa, dice e produce spazzatura... è la nostra spazzatura non della rete.

OniceDesign ha detto...

D'accordo su tutta la linea, Davide.
Il punto è proprio questo: è un po' come accusare "il sistema" di colpe che in realtà sono imputabili a noi. La spazzatura c'è perché la gente ne consuma a bancalate senza battere ciglio salvo poi, al limite, lamentarsene pubblicamente con gli amici.
Il problema è forse questo: può essere che, per dirla alla McLuhan, il medium televisione abbia in qualche modo influenzato la nostra forma mentis, obbligandoci in qualche modo ad abbassare determinati filtri critici e permettere il passaggio di tanta spazzatura? Sarebbe dunque un circolo vizioso?

DaZa ha detto...

Beh... la domanda che poni stimola interessanti riflessioni, ma rispondere in un commento sarebbe troppo lungo, così se ti va, ho risposto sul mio blog
http://daza.altervista.org/blog/

Buona estate! :D